San Francesco d'Assisi

San Francesco d'Assisi

San Francesco d'Assisi
Incarnazione dell’amore e della semplicità
di Satyam


Questa manifestazione assume una connotazione particolare in San Francesco d’Assisi (1181-1226): la sua carica di umanità, la semplicità dei suoi modi e della sua vita sono note ben oltre i confini d’Italia. Dai suoi scritti e dagli aneddoti che ci sono stati tramandati - al di là del dubbio se siano una fedele descrizione della realtà o, come spesso accade in questi casi, una trasposizione libera dei suoi devoti - ci rendiamo conto che il nostro Francesco è certo molto vicino a Gesù, ma anche ad altre figure di tradizioni e culture diverse. E in questa sede vogliamo porre in rilievo alcune somiglianze tra lui e quello che viene trasmesso nei corsi in India dell’Oneness Diksha.

Prendiamo il suo amore per il divino, non staccato dalla creazione ma totalmente unito: non è forse più vicino al concetto della Oneness, dell’Unità o, per allargare il discorso, alla tradizione Advaita della non dualità, che in India è nata e fiorita, piuttosto che al pensiero, sviluppatosi in seno al cristianesimo, secondo cui il mondo materiale è contrapposto al mondo spirituale? In questo senso tutto il Cantico delle Creature è testimonianza forte e accorata della lode a Dio, che si accompagna a quella degli elementi da lui creati: sole, luna, stelle, vento, acqua, fuoco, terra, morte. Meglio sarebbe dire che quelle che Francesco chiama “creature del Signore” sono una diretta emanazione del divino: la concezione non duale (advaita, appunto) sembra decisamente prevalere.

Anche gli attributi di Dio che troviamo nel Cantico delle Creature (altissimo, onnipotente e buono) non possono non richiamare i tre attributi dell’Assoluto dell’Induismo: Satyam, Shivam, Sundaram, che si possono tradurre come Verità, Bontà e Bellezza.

Al di là di eventuali contaminazioni fra culture, si può vedere in questi aspetti sintonici la prova che tutte le tradizioni religiose, prima ancora delle divisioni sfociate persino in guerre sanguinarie, hanno una matrice comune e che la Verità è Una sola, pur esprimendosi in mille modi diversi.

E che dire del senso di gratitudine, della capacità di insegnare la preghiera non come richiesta di qualcosa da parte dell’uomo a Dio, ma come espressione di lode e ringraziamento? Se nel Cantico e nei Fioretti è il filo conduttore, come non ricollegarla a quanto insegnano le guide durante il processo in India?

Un altro aspetto importante nell’intento della Oneness University è favorire la fioritura del cuore. Proprio questo spostamento dalla testa al cuore - elemento che fa diventare “brillanti” in qualunque campo - è indicata come la soluzione ai problemi che attanagliano il nostro pianeta, malato di senso di separatezza, divisione ed egocentrismo. Certo l’amore è ed è sempre stato l’insegnamento profondo di tutti i mistici, maestri, profeti e avatar, indipendentemente dall’epoca e dalla latitudine in cui sono vissuti. Ma non è forse in Francesco d’Assisi un tratto caratterizzante, che segna non solo le sue parole ma anche i più piccoli gesti quotidiani?

Osho, che amava profondamente Francesco e se ne dichiarava un ammiratore, ha messo in rilievo ripetutamente la sua particolare “pazzia”, accomunandolo ad altri grandi mistici del passato e sottolineando la sua qualità rara di saper vivere la vita dal cuore anziché dalla testa. Si riferiva al suo parlare agli alberi, agli animali, agli uccelli chiamandoli fratelli e sorelle e ottenendone risposta. Oggi Francesco verrebbe forse messo in un manicomio… eppure proprio recentissime ricerche scientifiche hanno dimostrato che non solo gli animali, ma anche le piante e persino le rocce e le pietre, ritenute a torto inerti e insensibili, sentono e rispondono agli stimoli, al di là della loro apparente natura inanimata.

Francesco, fidandosi del proprio intuito e usando la forza dell’amore, più volte ha parlato, anzi dialogato con creature della terra e del cielo. Famosissime sono le prediche agli uccelli o l’episodio in cui ammansì del lupo di Gubbio, ma ci sono anche racconti meno noti, sull’addomesticare le tortore o parlare con i pesci (quest’ultimo episodio dei Fioretti ha in realtà per protagonista Sant’Antonio).

Se nel suo amore folle Francesco ci ricorda tanti mistici Sufi, inebriati dall’Amore (Ishq) per Allah, il divino, il suo amore verso gli animali ricorda quello di Sri Baghavan Ramana Maharshi (1879-1950), il saggio vissuto ai piedi della montagna sacra di Arunachala, nell’India del Sud, nel secolo scorso. Tre anni fa è uscito un libro dedicato al suo amore per gli animali, pieno di episodi che fanno pensare a Ramana come un moderno San Francesco (Sri Ramana, friend of Animals). Non solo: Ramana trascorse lunghi anni nella grotta di Virupaksha, intitolata a un maestro che vi era andato a meditare e morire e che fu più o meno contemporaneo proprio di Francesco.

Anche Ramana, come Francesco, oltre che per l’amore per gli animali è ricordato per la semplicità, per l’amore incondizionato, la dolcezza e, allo stesso tempo, la forza e determinazione nel perseguire il suo cammino di realizzazione spirituale e di condivisione di questa sua passione con chiunque incontrasse.

Lo descrive bene Arthur Osborne, uno dei maggiori devoti di Ramana Maharshi, che gli gli ha dedicato vari testi.

“Il 17 giugno 1948 Lakshmi (la mucca che viveva nell’ashram sin dal 1926) si ammalò e la mattina del 18 sembrò che la sua fine fosse imminente. Alle dieci Sri Bhagavan andò da lei: “Amma (Madre)”, disse, “vuoi che ti stia vicino?”. Sedette accanto a lei, poggiandole la testa sulle gambe. La guardò fisso negli occhi e le mise la mano sulla testa, come per darle il Diksha (l’iniziazione o benedizione), e sul cuore. Tenendo la guancia sulla sua, l’accarezzò. Contento perché il suo cuore era puro, libero da ogni vasana (reminiscenze delle vite passate) e concentrato totalmente su Bhagavan, si congedò da lei e andò nel refettorio per il pranzo. Lakshmi rimase cosciente fino all’ultimo; i suoi occhi erano calmi. Alle undici e trenta lasciò il corpo, molto tranquillamente. Fu sepolta all’interno dell’ashram con i dovuti riti funebri, accanto alle tombe di un daino, un corvo e un cane che Sri Bhagavan aveva anche voluto fare seppellire là. Sulla sua tomba fu posta una stele quadrata con sopra il suo ritratto. Sulla stele fu scolpito un epitaffio scritto da Sri Bhagavan che diceva che essa aveva ottenuto la mukti (liberazione). Devaraja Mudaliar chiese a Bhagavan se quella dovesse intendersi come una frase convenzionale – come quando si dice che uno ha raggiunto il samadhi, per dire in maniera garbata che è morto – o se intendeva davvero mukti, e Sri Bhagavan rispose che intendeva proprio mukti.”

Quando ero piccolo il frate di Assisi riusciva a suscitare in me una forte simpatia, prima ancora che grande ammirazione, più di tanti altri santi. Così Ramana e San Francesco avranno sempre un posto particolare nel mio cuore e credo accada a chiunque sia disposto ad aprirsi a questa dimensione.
 

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