Se questo è un imperatore...
Se questo è un imperatore...
La parola “filosofo”, deriva dal greco e indica “colui che ama la saggezza”. Molti filosofi antichi, in realtà, sono più di questo: tra loro ci sono veri e propri mistici che hanno compreso la natura delle cose, che hanno avuto un incontro diretto con la Verità o, per usare un linguaggio a noi più vicino, che si sono risvegliati. E, per dirla con le parole di Eraclito, «i risvegliati hanno un mondo in comune. Coloro che dormono hanno ciascuno un proprio mondo».
A Socrate, Eraclito o Pitagora, per citare i più famosi, si dedicano poche pagine sui libri di scuola: in realtà si tratta di maestri di vita, di saggi che hanno moltissimo da trasmettere anche a noi, al giorno d’oggi. Di Eraclito di solito ricordiamo la storiella del “non ci si può immergere due volte nello stesso fiume”, e magari ci piace, ma spesso non andiamo oltre... Di Socrate c’è la splendida affermazione fatta dopo che l’oracolo di Delfi che lo ha proclamato l’uomo più saggio, “so solo di non sapere”. Pitagora resta pressoché sconosciuto: di solito si pensa a lui come a un matematico, ignorando che la setta esoterica da lui fondata era la culla di un sapere profondo. Stiamo parlando di veri e propri mistici, quindi molto più che pensatori.
Osho, maestro spirituale che ha diffuso il sapere forse più di ogni altro, ha dedicato due serie di discorsi ai Versi aurei di Pitagora e ai Frammenti di Eraclito, e ha citato molto spesso Socrate. È stato grazie a lui che ho riscoperto il racconto che Platone fa della morte del suo maestro, Socrate appunto. Invito a trovare un’edizione tra le tante in commercio del Fedone: bastano le pagine finali per capire con chi abbiamo a che fare. Il racconto narra di Socrate, che beve la cicuta - il veleno preparato dai giudici che lo hanno condannato a morte - e con frasi bellissime esorta i suoi discepoli a non preoccuparsi per il suo corpo. Dopo aver detto quanto sarebbe stolto voler prolungare di poche ore la sua vita, prosegue così: «Non riesco, o amici, a persuadere Critone che io sono questo Socrate che vi parla... Ma egli crede che io sia quello che vedrà tra poco tempo e mi chiede come deve seppellirmi».
Se i più famosi, come Socrate, Eraclito e Pitagora, sono almeno sulla bocca di tutti, che dire di altri filosofi-mistici davvero trascurati, come Cornelio Fronto, Junius Rusticus, Seneca, Giovenale, Epitteto o Marco Aurelio? Vorrei soffermarmi ora su quest’ultimo, conosciuto dai più come imperatore romano del II secolo d. C. In pochi sanno che è stato allievo o estimatore dei grandi filosofi citati prima e, come e più di loro, fonte di inestimabile saggezza.
Osho, che definisce Marco Aurelio religioso nel senso vero del termine, parla di lui in questi termini: «Uno dei più grandi imperatori dell’India è stato Akbar. Egli può essere paragonato solo a un uomo in Occidente, e questo è Marco Aurelio. Raramente gli imperatori sono dei saggi, ma questi due nomi sono sicuramente un’eccezione». Come dire, Marco Aurelio non è un “imperatore che pensa”, come i più lo descrivono, ma un grande mistico che di mestiere si ritrovò a fare l’imperatore.
Quello che rimane di lui sono dodici capitoli, detti libri, che Aurelio chiamò Cose per me stesso. Scritte in greco, lingua che conosceva meglio del latino, sono solo apparentemente considerazioni fatte tra sé e, come sembrerebbe dal monologo non destinato alla pubblicazione. Tradotte in molte lingue (con titoli diversi: pensieri, meditazioni, ricordi), queste perle di saggezza sono tremendamente attuali nonostante i loro quasi 2000 anni d’età.
Nel 2006, a Milano, Anandagiri ha fatto un’affermazione così stimolante in merito da spingermi a rileggere certi passaggi. Ho trovato le parole di Marco Aurelio così vicine agli insegnamenti di Amma, Bhagavan e le guide dei processi dei 21 giorni in India, da lasciarmi a bocca aperta. Ecco qualche esempio. In un messaggio del 2005 di Amma e Bhagavan si legge: «Le attuali divisioni per nazionalità, colore, cultura e religione sono le cause dell’incertezza della sopravvivenza dell’uomo. Cosa significa veramente cooperare, non la parola in sé, ma la sua essenza? Non è possibile collaborare con un altro, con la terra e le sue acque, se non si è in armonia con se stessi, non frammentati, non contradditori: non si può collaborare se si è tesi, sotto pressione, in conflitto (…). Così il Diksha aiuterà a creare una generazione di esseri umani con una nuova prospettiva, con un nuovo senso dell’essere “cittadini del mondo”, che si prendono cura di tutti gli esseri viventi della Terra. È vostra grande responsabilità aiutare a sviluppare questa Unità».
Anche Marco Aurelio ha qualcosada dire sulla Oneness (letteralmente “essere uno”): «Pensa continuamente al cosmo come a un solo essere che racchiude una sola sostanza e una sola anima, e pensa come tutto pervenga a una sola sensazione, la sua, come quest’essere compia tutto per un solo impulso, come tutte le cose siano concausa di tutti gli eventi, e quale sia il loro fitto intrecciarsi e connettersi» (IV, 40). «In quanto Antonino, Roma è mia città e mia patria; in quanto uomo, il mondo. Unico bene per me è quindi soltanto ciò che giova a queste due città» (VI, 44).
E ancora: «L’Asia e l’Europa, angoli dell’universo; il mare intero, una goccia dell’universo; il monte Athos, una zolla dell’universo; tutto il tempo presente, un attimo di eternità. Tutto è piccolo, mutevole, e dilegua in un baleno» (VI, 36). «Quanto accade a ciascun individuo è utile al tutto. Sarebbe già sufficiente questo; ma in generale, osservando con attenzione, noterai ancora che quanto avviene a un uomo, è utile agli altri uomini» (VI, 45). In altre parole, «Ciò che non giova all’alveare, non giova neppure all’ape» (VI,54).
In un messaggio della Oneness University dello scorso anno si legge: «Stiamo influenzandoci continuamente attraverso i reciproci pensieri ed emozioni. Il senso di separazione è un’illusione».
Ecco come Marco Aurelio esprime la stessa idea con parole sue: «Unico è infatti il mondo costituito dall’ordine di tutte le cose, e unico il Dio che le pervade, unica la sostanza, unica la legge, unica la ragione comune a tutti gli esseri pensanti, e unica la verità...» (VII, 9). «Chi commette una colpa, la commette contro di sé; chi compie un’ingiustizia la compie contro di sé, facendo del male a se stesso» (IX, 4). Lo stesso concetto viene anche espresso in termini positivi: «Nessuno si stanca di ricevere il bene, e far del bene è agire secondo natura. Non ti stancare mai, quindi, di ricevere il bene facendolo» (VII, 74).
Tutti noi, a un certo punto della vita, ci siamo chiesti come si possa arrivare a sentirsi uniti agli altri, ecco come la pensa Aurelio: «Scava dentro di te; lì c’è la fonte del bene, e può zampillare inesauribile, se continuerai a scavare» (VII, 59).
In un discorso Anandagiri ji ha parlato di accettazione di se stessi come strada per aprirsi al Divino, dicendo “quando arrivi ad accettarti totalmente ti sorprenderai di scoprire che sei a tuo agio anche con le persone intorno a te».
È quasi da non credere, ma Marco Aurelio sorprende anche quando si esprime sul tema dell’amore e dell’accettazione:«Adattati alla sorte che ti è toccata e ama gli uomini tra cui ti è toccato vivere, ma amali veramente» (VI, 39). «Abituati ad ascoltare attentamente ciò che gli altri dicono, e cerca di penetrare il più possibile nell’animo di chi ti parla» (VI, 53). «Gli uomini sono al mondo gli uni per gli altri. Perciò istruiscili, o sopportali» (VIII, 59).
Quest’ultima non è solo un’affermazione teorica: Marco Aurelio ha voluto al suo fianco il fratello adottivo e, nonostante a detta degli storici fosse un uomo indolente, dedito al piacere, indegno di tale carica, lo ha tollerato e rispettato, reggendo il potere insieme con lui.
In un discorso Anandagiri ha riportato l’affermazione di Bhagavan che dice «la sofferenza non sta nei fatti o nelle situazioni, ma nella tua percezione dei fatti». Confrontiamo questa affermazione con una fatta da Epitteto (uno dei punti di riferimento di Marco Aurelio, uno schiavo che, liberato, divenne insegnante dei giovani romani): «Gli uomini sono agitati e turbati non dalle cose, ma dalle opinioni che essi hanno delle cose». Marco Aurelio, sullo stesso argomento: «Se sei afflitto da qualche causa esterna, non è questa che ti molesta veramente, ma il giudizio che ne dai» (VIII, 47).
Amma, Bhagavan e le guide insistono continuamente sulla necessità di sistemare le nostre relazioni per poter progredire nell’incontro con il Divino. Ecco un’affermazione tra le tante che Marco Aurelio fa in proposito: «...come ti sei comportato fino ad ora verso gli dèi, i genitori, i fratelli, la moglie, i figli, i maestri, gli istitutori, gli amici, i parenti, gli schiavi? Considera se fino ad ora per te è valso, nei confronti di tutti, il principio di non fare né dire ad alcuno nulla di ingiusto» (V, 31).
E questa sembra una raccomandazione per tutti: «Tratta gli uomini, che hanno un’anima, in quanto appartenenti alla stessa società alla quale anche tu appartieni; e invoca gli dèi in ogni circostanza. Non badare a quanto tempo ti toccherà vivere in questa vita perché sono sufficienti anche tre ore, se vissute così» (VI, 23).
di Satyam
