Essere al servizio degli altri
Ho fatto due esperienze come ‘helper’, cioè assistente durante i corsi in India: la prima volta nel settembre 2006 e la seconda nell’agosto 2007.
La prima volta mi venne chiesto e accettai di buon grado: avevo concluso da poco il mio processo nel corso base, ero piena d’amore e sentivo fortemente il bisogno di rimanere nell’atmosfera del campus e ricevere ancora per qualche giorno l’energia trasformativa dell’Oneness Diksha. Per dieci giorni – mentre prestavo assistenza a un gruppo venuto in India per il corso di approfondimento - continuai a fluttuare, dando ora sostegno al mio processo, ora a quello dei partecipanti. Non so quanto aiuto reale seppi dare agli altri, ma in me rimase il desiderio di ripetere l’esperienza e andare più in profondità.
La seconda volta sono stata io a offrirmi come assistente dei partecipanti al corso base: nei mesi precedenti molte cose erano cambiate nel mio mondo interiore ed era cresciuto il desiderio di cooperare, di contribuire fattivamente alla visione della Oneness University.
Sentivo che il mio cuore era pronto all’esperienza; ciò che non sapevo, ma l’avrei scoperto presto, erano i compiti che avrei dovuto svolgere, né come.
Appena arrivata, nel giro di 24 ore ho imparato che essere “helper” vuol dire essere totalmente a disposizione del processo: di chi lo conduce e di chi vi partecipa. Totalmente vuol dire, è ovvio, essere a disposizione in qualunque momento della giornata per soddisfare le richieste delle guide e i bisogni dei partecipanti. Ho capito così che i compiti di un assistente non sono definibili a priori, ma che quando il cuore è aperto dimentichi il tuo ego e fluisci con le situazioni, risolvendo via via creativamente i problemi che sorgono.
Quando invece – scoprirlo è stato interessante - accade un evento che in qualche modo porta in superficie la personalità emozionalmente più “carica”, ecco che perdi consapevolezza e con essa la capacità di essere attenta, di percepire con chiarezza che cosa fare, come e quando. Allora la possibilità di cooperare salta e diventi una mina vagante! Dio mio, quante volte mi è successo! Se ogni volta che me ne sono accorta lo conto come un risveglio, posso dire di aver percorso un altro tratto di strada nel cammino di crescita della consapevolezza.
L’ultimo giorno, quello dei saluti, ho condiviso con una guida la mia esperienza e lei, in risposta, piena come sempre di compassione, mi ha detto: “Siamo tutti qui per imparare”. Mi sono riconciliata con me stessa e sono pronta per un’altra esperienza di assistenter o di traduttrice.
Caterina Martucci